Come puliscono le mani mie, non pulisce niente: Ada vs la nuova aspirapolvere della Signora.

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La signora si è comprata un’aspirapolvere nuova.
Una specie di disco volante sembra, che tu l’accendi con il piede e quella inizia a girare come una pazza per tutta casa e ti leva la polvere dal pavimento.
Un’aspirapolvere che tiene un nome che sembra uno di quei balli che la zia Marietta va a fare al centro degli anziani vicino a casa con il fidanzato suo, il maestro Nino.
Che come fa a ballare ancora la zia Marietta, lo devo capire.
E devi vedere le mosse che fa con quel culone, con rispetto parlando, quando prova i passi a casa, davanti allo specchio.
– Ada, ti ho preso un’aspirapolvere nuova, fa tutto da sola così ti stanchi di meno e risparmi anche tempo… Mi ha detto mentre mi dava il libretto delle istruzioni.
Il libretto delle istruzioni… A me… E va bene che ho fatto solo un poco di serali ma di spingere un bottone con il piede sono capace pure io!
Mo, però, due cose.
La prima.
Io se non mi stanco, non mi sembra di aver pulito.
La seconda.
Di tempo ne perdo di più perché mi fisso a guardare quel disco volante che pulisce il pavimento al posto mio e, quando si sbatte sul mobile, mi sembra uno scemunito che continua a sbattere e sbattere fino a quando non capisce che lì non ci può andare e torna indietro a cercare un altro mobile su cui sbattere.
Come l’Emanuele mio che fa sempre le stesse cazzate, con rispetto parlando, e non si impara mai.
E, poi, la verità vera, io del disco volante non mi fido e, quando finisce, ripasso con la scopa, per sicurezza.
Mo vado al discount che ho scoperto che non è un supermercato solo per noi morti di fame.
Tutti ci vanno, pure quelle del sesto piano che, quando mi incontrano, si girano dall’altra parte e cambiano corsia per non salutarmi.
O, forse, per non farsi vedere ché si mettono vergogna di stare lì dentro, come me, quelle fanatiche sceme e pure senza anima.
Che poi, al discount, tengono certe cose che sono proprio buone, tipo la carne, soprattutto i pezzetti di cavallo che, quasi quasi, mo li prendo e li cucino per domani.
E ne faccio un poco di più ché li porto alla Maria Luisa che tiene un poco di paturnie in questi giorni e non vuole cucinare.
Quando non tieni voglia di cucinare, significa che stai solo al mondo e io, purtroppo e per fortuna, questo rischio non lo corro.

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Ché un poco di mangiare buono, ti fa più saporita la vita.

Polpette

Oggi ho deciso di cucinare le polpette al sugo.

Mi serve la polpa macinata, il pane grattato, le uova, il formaggio, un poco di latte, il sale, il pepe, quanto ce ne vuole, quanto ne basta.

Sono semplici le polpette, mica tengono bisogno di molte cose e, in genere, riesco a farli tutti contenti.
O un po’ meno arrabbiati, dipende dalla giornate.
Basta che mescolo gli ingredienti nelle dosi giuste, manco ve lo so dire quali sono le dosi giuste, la verità, perché ormai dopo tanti anni che cucino, faccio tutto a occhio.

È una questione di equilibrio come quando devo stare attenta a quante parole dico per non fare innervosire Gino mio.
Cioè, a non farlo innervosire di più visto che tiene sempre l’umore di uno che sta in guerra dalla mattina alla sera.

Quando vado da Alberto, il macellaio mio, ché il macellaio te lo devi scegliere bene, meglio del marito – non come sua figlia, la Vanessa, quella scemunita che tra tutti si è scelto quel pazzo disgraziato di Emanuele mio e il mese prossimo gli nasce il figlio – gli dico sempre: “dammi il macinato, quello di prima scelta, che devo fare le polpette al sugo”.
Fare il macellaio fa diventare ricchi, mi pare, perché l’Alberto tiene la casa a mare e pure il gommone, dice che la passione sua è la pesca, lui che fa il macellaio.

Io le polpette le devo fare di due maniere: mezze con il formaggio e mezze senza ché l’Emanuele dice che il formaggio gli fa schifo (puzza) e non se le vuole mangiare e poi succede il macello che già stiamo seduti a tavola e Gino si incazza così tanto che ogni volta tengo paura che gli esce il cuore fuori dalla bocca per quanto grida.
La Veronica si alza e se ne va.
La zia Marietta se ne fotte, con rispetto parlando e continua a mangiare e se non sto attenta pure a lei, si pulisce i piatti di tutti e questa cosa non la può fare con tutte le malattie che tiene sopra.
La mamma parla con gli angeli.

Però, su una cosa sono tutti d’accordo: le polpette le vogliono cotte direttamente nel sugo, senza che le friggo prima,  che così la carne e il pomodoro si conoscono di più e meglio, come se fossero due innamorati che poi alla fine se ne vanno a vivere insieme.
Ma chi gliela fa fare, dico io? Non possono stare innamorati ognuno a casa propria che poi succedono i terremoti?

None, che dico, è così bello quando tieni una famiglia anche se mo vi devo lasciare perché sto sentendo gridare in cucina, tutti insieme, nello stesso momento, come quando alla domenica segna il Lecce e dallo stadio entra a casa mia quell’urlo come di bestie che mi mette sempre paura.
Santa Teresina, aiutami tu…

None, che dico, è così bello quando tieni una famiglia anche se mo vi devo lasciare perché sto sentendo gridare in cucina, tutti insieme, nello stesso momento, come quando alla domenica segna il Lecce e dallo stadio entra a casa mia quell’urlo come di bestie che mi mette sempre paura.
Santa Teresina, aiutami tu…

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Paolo mio, i sogni, certe volte, pure per me si avverano…

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Paolo mio,
e chi lo avrebbe mai detto, tre anni fa, che poi diventavo famosa per davvero?
Pure la fotografia dentro la libreria mi hanno messo… Che se la mamma mia ancora ci stesse con la testa, sarebbe contenta proprio!
La zia Marietta, invece, fa per tutte e due, e mo che tiene il telefonino nuovo, va con tutte le amiche sue a farsi la foto davanti alla faccia mia…
Come se non mi vedesse tutti i giorni…
Paolo mio, tu sei il sindaco di Lecce e io la casalinga leccese, una bella coppia, no?
Sandra e Raimondo, Romina e Albano, San Giuseppe e Maria, con rispetto parlando…
Paolo e Ada… Sembriamo pure belli, no? Come una musica, una musica di quelle romantiche, di Claudio Baglioni per capirci, non come quelle canzoni di baccano che si sente Emanuele mio.
Quello tiene le scimmie che suonano i coperchi dentro quella testa pazza e le cose belle proprio non le sa capire.
Paolo e Ada…
Ma sempre con rispetto parlando però perché so che mo ti sei fidanzato con una brava ragazza che, l’ho vista nelle foto, è pure bella! Hai fatto bene, bravo, ché la bellezza e i soldi fanno il mondo più semplice, come quando è il 21 giugno che la luce sembra non andare via mai che sta cominciando l’estate e fa niente che tieni un poco di ciccia e il costume ti tira sulla pancia.
Il costume tutto di un pezzo però ché io il bikini non me lo sono mai messo, mi metto vergogna anche se una volta, e forse te l’ho già detto, per andare in Grecia con la Eva, l’amica mia, me l’ero pure comprato ma questa è un’altra storia…

Carta igienica;

Detersivo per i piatti;

Banane;

Latte;

Bagnoschiuma;

Alluminio.

Scusa che sto scrivendo la lista della spesa e le cose mi vengono in mente mano a mano…
Anche se sono diventata famosa, la spesa la devo fare ché a casa mia solo io la posso fare e Gino mio fame la tiene comunque anche se adesso le persone sanno chi sono.
Che poi, chi sono io?
Mi chiamano Ada, Addolorata all’anagrafe, ho appena compiuto 53 anni e non è che la vita mia me la immaginavo diversa però uno ci spera sempre, no?
Poi, sei arrivato tu e mi hai scritto quella lettera…
Ecco, la speranza mia sei stata, quella che fa la vita più bella.
Che poi, secondo te, è un caso che il libro esce proprio il giorno della festa del Santo che proprio oggi si comincia a festeggiare a Lecce?
Tre giorni di festa bellissima che a noi uno solo non ci bastava: Sant’Oronzo, San Giusto e San Fortunato.
No, secondo me, è stata Santa Teresina mia che è andata da Sant’Oronzo che io me lo immagino che sta seduto insieme a San Giusto e San Fortunato, in un bar del Paradiso a giocare a tressette, con tre bicchieri di malvasia e tre uova sode.
Tressette con il morto che siccome stanno in Paradiso è pure una cosa più semplice, no? Se mi sente Don Gaetano che faccio un pensiero così, mi scomunica per tutta la vita e tutta scomunicata, comunque, continua a farmi pulire la sacrestia.
Figuriamoci se quello si perde una come me anche se sono una peccatrice.
Così, me li immagino, al bar – Oronzo, Giusto e Fortunato – e che bei nomi, poi.
Di speranza sono pieni questi nomi.
Solo a Lecce ci potevano essere tre santi così belli.

— Sant’Oronzo, scusami se ti disturbo…
— Teresina, e proprio mo? Non mi posso distrarre che questi due sono tremendi…
— Solo un minuto, Sant’Oronzo mio, mi devi proprio scusare…
— Giusto, statti accorto, ché ti vedo, sono Santo ma fino a un certo punto…
— Si tratta di un’amica mia, Ada.
— E sentiamo, di cosa tiene bisogno questa Ada? Fortunato, certo che di nome e di fatto proprio…
— È di Lecce, sta alla 167 B…
— Ah sì, quella del sindaco.
— Sine lei.
— Beh, dimmi veloce!
— Niente che quella della vita disgraziata sua ci ha scritto un libro e, secondo me, è bello se il libro gli esce il giorno della festa vostra che così diventa una cosa ancora più bella e siamo tutti più felici che a noi queste piccole cose ci bastano.
— E vabbè, se si tratta di questo, mo parlo con San Francesco di Sales che è il protettore degli scrittori e vediamo che possiamo fare!
— Grazie, Sant’Oronzo mio!
— E di che, Teresina, per così poco? Giusto, ti ho detto di stare fermo con quelle carte, ti ho visto… Giusto, se non eri già santo, facevi la fine dei bari…

Ecco, secondo me, le cose così proprio sono andate.
Vabbè, Paolo mio, ti lascio stare che so che non è periodo proprio, con tutti i problemi che ti sei ritrovato a Lecce, mo che sei tornato dal viaggio in America con l’innamorata tua…
Tu lo sai che pure a me piace viaggiare, no? Ma questo è un altro discorso.
Anche se io, la verità vera, l’aeroplano non lo prenderei mai, mi mette paura proprio, là sopra in mezzo agli angeli, con i piedi sospesi nel vuoto come quando vai sull’altalena che è un attimo e cadi giù.
Che, poi comunque, se viaggi ma tieni sempre la stessa testa, fai prima a risparmiarteli quei soldi e a prendere la 32 per andare a San Cataldo.
Paolo mio, solo una cosa però, che io poco me ne intendo di situazioni importanti: ma, secondo te, come mi devo vestire? Che io pure al matrimonio mio, che stavo già incinta della Veronica, non me lo sono potuto togliere il gusto di farmi un vestito nuovo…
Paolo mio, non è che l’innamorata tua tiene qualcosa che mi posso mettere io? Poi, te lo lavo, te lo stiro e te lo ritorno, te lo prometto.
Vabbè, fammi sapere, ti trovo sempre in Comune, no?
Ciao Paolo mio, grazie di tutto, davvero.
Ada tua.

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Una schiuma compatta, alta almeno due dita.

La pace

“Will non aveva mai voluto innamorarsi. Quando era capitato a qualcuno dei suoi amici, gli era sembrato che fosse un’esperienza piuttosto spiacevole: c’erano la perdita di sonno e di peso, l’infelicità di non essere corrisposti e la sospetta, assurda felicità di quando lo eri. Quella persone che non riuscivano a controllarsi, o a difendersi, persone che, anche se magari solo per un po’, non erano più contente di occupare il loro spazio, persone che non potevano più fare affidamento su una nuova giacca, sulla loro razione di erba e una replica pomeridiana di The Rockford Files per sentirsi complete”.
About a boy. Nick Hornby

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Giorno numero uno.

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Da piccola, volevo fare l’archeologa.
Per questo motivo, insieme ad una totale incapacità di essere capita dai numeri (sono loro che devono capire me, non io loro), mi sono iscritta al Liceo Classico.
Con le iniziali maiuscole.
Mi è sempre piaciuto studiare anche se, in prima elementare, ero un disastro.
Proprio non m’adattavo, non capivo.
La maestra Margherita mi costringeva a scrivere con la matita, il che equivaleva a portare le orecchie d’asino, rimandando l’uso della penna di giorno in giorno, terrorizzata dai disastri che combinavo, cercando di cancellare le parole scritte in malo modo.
Dito e saliva erano le mie armi.
Facevo dei buchi enormi nelle pagine, voragini che si risucchiavano l’errore e la maestra Margherita, puntuale, mi metteva il voto PASTICCIONA nell’angolo sopravvissuto alla mia furia cancellatrice.
Quindi dovevo scrivere con la matita, unica tra i miei compagni di classe.
E, come si arrabbiò, quando scoprì che la supplente che l’aveva sostituita per qualche giorno, mi aveva permesso di scrivere un pensierino con la penna!
Era un pensierino che aveva a che fare con una foglia d’edera.
Il primo ragazzo di cui mi sono innamorata si chiamava Sergio, era bianco e molle, con certe lunghe dita a forma di matita appena temperata.
Il secondo si chiamava Mauro e portava gli occhiali.
Valentino invece è stato il primo bambino che abbia voluto fidanzarsi con me.
Era una specie di ultimo della classe, anzi no, era proprio l’ultimo, ultimissimo della classe, veniva da una famiglia cosiddetta “problematica” e un po’ puzzava.
Però mi aveva regalato un bellissimo adesivo a forma di albicocca che, se lo sfregavi in superficie, facevo davvero il profumo dell’albicocca.
È ancora appiccicato sulla porta della mia stanzetta di Lecce.
Dove, sono tornata a vivere con mamma e papà.
Ma questa è un’altra storia.
Valentino era romantico, secondo me, anche se una volta m’ha vomitato sulla mano.
Cose che capitano.
Cose che, metaforicamente, capitano ancora.

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Best before

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Illustrazione di Anna Godeassi.

Le scadenze ti salvano la vita.
Mi piacciono le scadenze.
La scadenza è una certezza, non sai come ci arrivi ma ci arrivi.
La scadenza è la più grande fonte di ispirazione, come dice qualcuno.
La scadenza è che consegni un lavoro e puoi tirare il fiato.
La scadenza è che non ti mangi una roba e non ti viene il cagotto.
La scadenza sono io che esco con un altro uomo.
La scadenza è non dover dire “amore, mi dispiace, adesso è davvero troppo tardi”.
La scadenza è che non ti prendi una medicina e, comunque, non ti succede niente perché i farmaci scaduti, semplicemente, non funzionano più.
Come te.
Non funzioni più.
Mi sforzo di guardarti e ricordare che, un tempo, per me assomigliavi a Gian Maria Volonté.
Ma, adesso, non più.
Sei scaduto.
Mi avresti dovuto consumare preferibilmente entro un’ora fa.
C’era ancora il tempo.
Ora, sono scaduta anche io.
Best before.
Alcune cose si rinnovano: la patente, per esempio, l’ho rinnovata la settimana scorsa.
Un contratto scaduto si può rinnovare.
Un giuramento d’amore si può rinnovare.
Però.
C’è un però.
Le date di scadenza su alcuni cibi, fanno buttare via le cose ancora buone.
Che spreco, che peccato a Gesù buttare via le cose ancora buone…
Lo penso anch’io.
Di noi.
Talvolta.

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E perché, perché, perché? Bah…

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Pensavo tu fossi un supereroe.
E invece no.
Non sei il guardiano della luce, il guerriero del cosmo, il pacificatore degli irrequieti.
Non sei mio nonno, non sei l’uomo invisibile, il Presidente della Repubblica, il soldato Ryan, Pippo Baudo, Alessandro Magno.
Non sei Fabiola Gianotti, non sei una donna che sta per partorire, non sei il mio parrucchiere, non sei Paolo Fox, non sei Gennarino Carunchio, non sei affatto un marinaio.
Non sei né Tina Modotti né Rosa Luxemburg, non sei il mio migliore amico anzi non sei per niente un mio amico, non sei stato il migliore a farmi l’amore.
E, Sant’Iddio d’amore acceso, perché stai ancora tra le balle?

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