Era lui il portiere del Brasile.

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Era lui il portiere del Brasile, non quell’altro fanatico senza Dio, Giulio Cesare lo avevano chiamato pensa, e lui Giulio Cesare aveva continuato a chiamarsi, così, senza vergogna.
Ma era lui il portiere del Brasile, e questo lo aveva sempre saputo, inghiottito in quella corazza di tuta e guantoni, con le sue mani che la sera suonavano la chitarra e i bicchieri di vino, tese, con gli spasmi, verso l’amore di una donna.
Sempre quella.
Era un amore fatto di rinvii e schemi duramente provati in allenamento, barriere e pali accanto i quali attendere la coltellata di una punizione sempre troppo vicina.
Era a lei che pensava quando calciava la palla, forte, lontano dal suo cuore.
A lei pensava correndo intorno al campo, riscaldando i suoi muscoli robusti e vecchi.
Era a lei che pensava quando correva incontro ai suoi compagni, dopo un goal.
Era a lei che pensava, soprattutto, quando quel goal lo prendeva, buttato per terra, battuto, vuoto, inconsolabile, tutta una vita da rifare, prendendosi il tempo di farsi accarezzare dalla terra polverosa.
Come erano infami e come erano necessari, da non poterne proprio fare a meno, quei campetti di provincia, tenuti su dalle bestemmie e dagli sputi, dalle pacche sulle spalle e dagli incitamenti rabbiosi, gridati a quello più lento, a quello che non stava mai dove avrebbe dovuto e, poi, la difesa diventava tutta un buco e ci passava anche sua nonna, strisciando su un tappeto rosso, tra gli applausi del pubblico.
E il pubblico, il pubblico, sempre a crocifiggerlo, ad ogni passo urlare, caramelle, semini e parole di veleno che rimbalzavano dentro la sua testa come palle a fondo campo.
Ma lui era il portiere del Brasile, lo specchio della porta era la sua ribalta, e parava come il pavone mostra la coda: per impressionare le femmine e per spaventare i maschi.
E lei così se l’era portata a casa, la prima volta, uscendo sanguinario su una punizione cattiva, battuta dal limite dell’area da Andrea Parretti, il Carogna, implacabile realizzatore con percentuali bulgare, e quella parata aveva salvato partita e campionato.
Palla al centro.
E lei, a fine partita, non era salita sulla Audi di Carogna, gonfia come il petto di un piccione e con l’Arbre Magique al passion fruit, ma era rimasta lì a dividersi una Dreher e una sigaretta con il portiere del Brasile.

Continua…
Forse.

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Informazioni su Simona Toma

Da Questo Libro Presto Un Film. un'esilarante storia d'amore e cinema. dal 31 Maggio in tutte le librerie. ed. Mondadori.
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