Il 9 Agosto di ogni anno su Abbiamo le prove

peanuts-sally-linusIl nove agosto di ogni anno mi capita qualcosa.

Il nove agosto del 1982 è caduto il mio primo dente: la fatina mi ha portato un piccolo canotto giallo con i pesci e le bolle.
Il nove agosto del 1984 ho deciso di fare l’archeologa: non sono diventata un’archeologa, chissà cosa sono diventata.
Il nove agosto del 1988 non ho dato il mio primo bacio.
Il nove agosto del 1995 traducevo una versione di greco e non andavo in spiaggia perché avevo deciso che l’abbronzatura non era adatta ad una signorina elegante, raffinata e cultrice dei grandi classici come me.
Il nove agosto del 2002 ho conosciuto il primo uomo frankzappiforme della mia vita, il primo di una lunga serie, che, adesso, si è sposato ma non con me.
Il nove agosto del 2009 ho deciso di ritornare a vivere a Milano: sono ancora qui.
Il nove agosto del 2010 mi stavo sbagliando moltissimo su una persona: poi ho smesso.
Il nove agosto del 2011 ho deciso che bastava e me la sono fatta bastare.
Il nove agosto di quest’anno un uomo mi ha perso per sempre ma, in realtà, neanche ci aveva provato ad avermi veramente.

Ma io voglio parlare di un altro nove agosto ancora.

Il nove agosto in cui, mentre galleggiavo sazia e colorata a casa di mamma, giù nella terra in cui lo sforzo più gravoso è quello di alzare il bicchiere mezzo pieno, cominciò un lungo carteggio telematico con un giovinotto dai modi distinti e ben educato, qualità che mai avevano frequentato la mia vita e questo evento mi fece pensare, all’improvviso, che un altro mondo fosse possibile: un mondo fatto di pace e serenità e non sempre di bottiglie lanciate in aria ad uccidere, graffi sulla faccia, lividi ovunque.

Un mondo sereno e tranquillo dove la domenica sera si potesse anche guardare la televisione insieme, indossando calze di lana, e magari un giorno, solo un giorno, prendersi una pausa dal vino.

Insomma, m’era venuta voglia di fare la docile, quella che dice amore e sorride sedata.

Così pensavo e, intanto, rispondevo alle mail con le dita curiose e organizzavo assemblee con le mie amiche per discutere del caso perché per me, donna melodramma, Anna Magnani dentro e fuori, il privato è pubblico e tutto deve essere discusso e partecipato la sera, seduti al tavolo di un bar.

Se tardava a rispondere si discuteva, se usava un italiano cortese e tirato a lucido si discuteva, se le sue mani potessero essere più morbide e curate delle mie si discuteva, di come potesse essere a letto uno così ossequioso si discuteva.

Raramente si giungeva a conclusioni condivise, spesso, invece, si caracollava verso comuni ebbrezze alcoliche.

In ogni caso, ben decisa a volermi sentire per una volta nella mia vita come una femmina normale, incoraggiai il mio amico di penna a proseguire nella sua garbata corte, figurandomi cene romantiche, sportelli aperti e passi ceduti e per un mese risposi alle sue mail e ne scrissi di mie, nell’attesa di incontrarlo, una volta tornata nella città che avvolge le mie stanche ossa umide: Milano.

Passò lentamente l’estate – e le mie davvero sono lente a passare perché le tiro avanti fino all’ultimo, fino a quando non è più possibile rimandare l’abbraccio del piumone – e tornata a Milano provocai l’incontro con il giovin epistolatore che, dal vivo, in verità, si rivelò ben più azzimato e composto di quanto non lo fosse per iscritto.

Ma io rivolsi un pensiero a mia madre, al suo desiderio di vedermi ben maritata, riprodotta in un qualche essere piangente che mi ricordi nelle fattezze e nell’elica del DNA e mi dedicai, con compostezza, alla frequentazione del suddetto.

Seguiron serate mortali, prive financo del conforto alcolico, poiché il nostro era quasi completamente astemio e laddove il mio vizio reclamava il secondo giro lui ancora si bagnava le labbra con il primo, timido e poco gaudente sorso.

Poi decisi che una prova non poteva essere tale senz’anche un esperimento di natura fisica e, perdonatemi, così feci, sempre dopo un’assemblea con alcuni miei amici, dove per la prima volta il verdetto fu unanime: seducilo.

E lo sedussi.

Povera me, lo feci.

Ma mi feci coraggio, volli provarci fino in fondo, sempre pensando alla mia povera mamma e come una novella eroina ottocentesca, svenevole ma rossa di gota, mi ripetevo “non lo fo per piacer mio, ma per dar dei figli a Dio”.

Dopo due appuntamenti m’era già chiara la faccenda.

Poco prima del Santo Natale, quando per diffusa convinzione si dovrebbe essere tutti meglio disposti verso il cencioso genere umano, dopo che le mie orecchie udiron chiamarmi, per l’ennesima volta, “pulcino”, con maschia e virile forza lo sbattei fuori casa e mi concessi una bottiglia di bollicine.

E tanti auguri.

 

QUATTRO MESI DOPO

 

Tornava il caldo, tornava la luce ma mi sentivo molto sola: forse mia madre aveva ragione, forse dovevo concedere qualcosa di più, forse anche le mie amiche avevano ragione nel dirmi che ero stata troppo frettolosa e crudele come sempre, ché, finalmente, un bravo ragazzo mi si era accostato e io avevo avuto nei suoi confronti la reazione che si riserva agli zombie: gli avevo sparato in testa senza tanto pensarci.

Io cattiva, io stupida, io selvaggia, io che rimarrò sola per sempre (come se fosse una malattia letale e, comunque, moriremo tutti soli, statene pur certi), io che non penso che bellezza e giovinezza non saranno per sempre, io, io, io, quella che non vuole mai.

Dunque, pensai: aggiusterò ciò che io stessa ho rotto, so come fare, andrò dal mio piccolo scrivano e lo sedurrò per la seconda volta, non potrà resistermi, nessuno mi resiste, è impossibile, cadrà di nuovo ai miei piedi e io mi trasformerò immediatamente in una moglie devota.

Sapevo dove trovarlo, c’era una festa, qualcuno si trasferiva, andava lontano, e si esibiva in uno di quei soliti ricevimenti tristi che sembrano veglie funebri in cui ci si commemora il partente – quanto era bravo, quanto era bello – con l’unica, piccola differenza che il partente ha tutte le funzioni vitali ancora nella norma: cambia solo città perché gli hanno agitato davanti al naso umido un contratto a tempo indeterminato, merce rara quanto i due liocorni della canzone.

Lo vidi, lo puntai – sarai mio – spaccai la folla rimembrante e lasciai scivolare fuori dalla mia bocca, come biglia sul velluto, un – Ciao, anche tu qui – ?

Sì anche lui lì, partì il copione: “non mi aspettavo di vederti-ma come stai-ma che combini-ma ti trovo in ottima forma-ma forse hai cambiato taglio di capelli-ma forse sei un po’ dimagrito”, ancheggiando da ferma, umettando le labbra, inturgidendo l’inturgidibile.

Sì anche io qui e mi farfalleggiava intorno: più facile del previsto!

Giravano i bicchieri e giravo io, pronta per l’affondo, anche lui mi sembrava avesse attivato tutti gli organi esterni preposti all’amore, mi desiderava, era evidente, si toccava i capelli.

– Vieni a dormire da me – , la gattina aveva miagolato, facendosi le unghie sul suo petto glabro e incassato, come una lavastoviglie in una cucina componibile.
– Sono fidanzato…
– Magari domani mattina possiamo fare colazione al bar che ti piace tanto?
– Mi sono fidanzato…
– Brioche alla crema, vero?
– Simona, ho una fidanzata adesso…
– Ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò…
– Che dici, scusa?
– Che facevano l’amore con la figlia del dottore…
– Scusami, davvero, ma io sarei tendenzialmente fedele…
– Il dottore si ammalò…
– Mi piacerebbe rimanere tuo amico…
– Mi piacerebbe che tu morissi, ambarabà ciccì coccò…

 

Da qui, il teorema di Enrico C. ovvero dell’indeciso/a (laddove l’indecisa ero io): se vuoi far innamorare di te una persona indecisa, fidànzati e diglielo, e l’indeciso capirà, in un solo momento, cosa vuol dire volere te e soltanto te.

L’evoluzione è, drammaticamente, semplice nel suo svolgersi: quando scopri che non solo non si è dato la morte a causa del tuo rifiuto ma, anzi, sta decisamente meglio di prima, è in buona forma, il lavoro gli va bene, i suoi vestiti sono puliti e l’aspetto sano e curato, lì, esattamente nel punto dove capisci di averlo perso, realizzi che vuoi sposarlo, che è l’uomo della tua vita, che vuoi da lui tanti figli che abbiano tutti i suoi difetti che, adesso, sono diventati diamanti.

Poi, in genere, si aprono due strade: lui ti crede e tu, dopo un mese, sparisci di nuovo; lui non ti crede, dunque rimarrà per sempre il tuo più grande rimpianto e, sospirando, non lo dimenticherai per l’eternità.

Questo teorema, è ovvio, presenta delle eccezioni e una sta nel fatto che io Enrico C. dopo tre giorni me l’ero già dimenticato anche perché ero finita tra le braccia di Cesare T., lo “stabilizzato”. Ma è un altro teorema e un’altra storia.

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Informazioni su Simona Toma

Da Questo Libro Presto Un Film. un'esilarante storia d'amore e cinema. dal 31 Maggio in tutte le librerie. ed. Mondadori.
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2 risposte a Il 9 Agosto di ogni anno su Abbiamo le prove

  1. Bia ha detto:

    Fantastico 🙂

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