Fuck yeah. Studio per una mia nuova amichetta immaginata.

reall-doll-bambole-gonfiabiliQuesto libro di ricette continua a darmi ordini: metti questo, metti quello, taglia, sbollenta, accendi il forno a 180 gradi, mai buongiorno o buonasera, mai.
L’unico margine di libertà ce l’ho nel q.b., quanto basta.
Sì, ma quanto basta? Perché proprio in quella parte dove dovrei essere guidata, per evitare tragedie, tu ricetta autoritaria ma non del tutto, mi abbandoni.
Se parlo in prima persona è perché non c’è nessuno che lo faccia per me eppure mi piacerebbe che qualcuno parlasse di me, in terza persona.
E all’imperfetto, anche.
“Quel libro di ricette continuava a darle ordini…”
La mia vita avrebbe un valore più epico.
“Quel libro di ricette continuava a darle ordini ma lei gli ordini non se li faceva dare da nessuno e gli ingredienti nella sua vita, come mescolarli e cosa ottenere, li decideva lei.
Il porno ha una categoria per ogni cosa, è una casa ordinata e pulita perché sai esattamente dove trovare quello che ti serve, il cassetto della biancheria della mamma, le mutande, le calze, le magliette interne, apri un cassetto e sai cosa ci trovi.
Così, nel porno: tettone, culi grossi, asiatiche, hental, shemale, milf, amateur, anal, blowjob, group, interracial, redhead, squirting, ciccione.
Ciccione cioè io.
Puffy Love, regina incontrastata della “fat domination” e protagonista assoluta del genere fattish.
Me lo sono inventato io il genere fattish.
A diciassette anni ero trasparente, invisibile, una cosa di cui non si era accorto mai nessuno, anche a casa mia, mio padre e mia padre proprio non riuscivano a vedermi, avevo sempre paura che qualcuno si sedesse sulla sedia dove ero già seduta io.
Ero invisibile davvero, quattro ossa timide e silenziose, non sapevo niente di me, nessuno lo sapeva.
Cosa c’era da sapere?
Diciassette anni, non sentirli e non sentirsi, volare via non era possibile, le ali ancora non mi crescevano ma non lo sapevo, in quel momento, che sarebbe accaduto presto.
Sentivo di avere una sessualità che spingeva, proprio fisicamente la sentivo che spingeva, lì sotto, dove neanche mi guardavo perché non sapevo cosa ci avrei trovato, dove la cosa mi avrebbe portato.
Feci, una mattina, sola in casa, con la febbre alta, la più inaspettata delle cose, sulla barra di ricerca di Google scrissi solo una piccola parola, poche lettere, apparentemente leggere e fatte di niente come me: video porno.
Fu lì che cominciai a sentire il mio corpo crescere ed esistere e a ne volevo sempre di più.
Comiciai a guardare qualunque cosa.
All’inizio, pensavo non mi piacesse, ne ero quasi infastidita, o almeno pensavo fosse fastidio, poi, dopo poche settimane, non c’era sito che non avessi visitato, sempre attenta a cancellare la cronologia, alla fine delle mie sessioni.
Beninteso, io guardavo e basta, non avvertivo nessuna necessità di dare un seguito fisico a tutte quelle sollecitazioni, quelle emozioni, quei corpi e quello che gli attori e le attrici facevano fare ai loro corpi, tutto quello che vedevo mi colpiva in un altro senso.
Mi colpiva perché quei corpi c’erano, erano presenti, era impossibile non notarli, non vederli anzi c’erano perché li si voleva vedere.
C’era fame di quei corpi.
All’inizio, non la presi bene, andavo a confessarmi ogni giorno, spappolata dalla vergogna, mossa dall’ossessione e questa fu la prima cosa di me che non passò inosservata.
– Ti fai suora? Mi chiedeva mio fratello.
– Fatti suora. Mi diceva mia madre.
Fatti suora, pensava mio padre, fatti suora così almeno sappiamo dove sei sparita.
Volevano che sposassi la mia invisibilità, che la mettessi al servizio di Dio, in un posto dove l’invisibilità è la naturale forma dei corpi.
Ma, evidentemente, Dio che è il più grosso raccontatore di barzellette degli universi, sapeva già cosa farsene di me.
E mi fece capire cosa, in realtà, mi disturbava di quei video: le donne erano troppo magre, consumate, deboli, esposte.
Avevo sempre paura che, sotto quei colpi poderosi, si potessero spezzare, smontare, scoppiare, polverizzare, andare in frantumi, sparsi su quei divanetti di pelle marrone, un’esplosione di pezzi di carne: gambette su tacchi 12, bocche gonfie, manicure selvaggia, eye liner perfetto, seni tremanti, denti sbiancati, piercing sulle lingue, codini e gonnelle da liceali, peli, no, neanche uno ne avrebbero trovato, neanche per sbaglio, e questa, lo imparai studiando i miei materiali, era la grande differenza tra vintage e contemporaneo: nel vintage c’era solo pelo, morbido, ostentato, accoccolato su corpi color seppia, pelo dappertutto, ovunque, sopracciglia con la sfumatura bassa, selve di ascelle, fiori nerissimi.
Mille pezzi di carne sparsi, esplosi contro l’obiettivo della macchina da presa, sotto i colpi, sempre più profondi, del colosso di turno che nemmeno si sarebbe accorto della tragedia perché lì sotto sarebbe rimasto tutto uguale e il suo coso enorme avrebbe continuato ad indossare quella piccola farfalla fragile, a indossarla come una ventosa, come un cappello di lana, come una fede dopo venticinque anni di matrimonio.
Quegli uomini sordi e ciechi, quei fuck yeah sudati, con le facce buffe, che noi solo sappiamo che facce riescono a fare gli uomini quando scopano, dovevano vedersela con me, con la nuova me che, con calma e pazienza, avrei costruito: un corpo solido, ecco cosa si sarebbero trovati davanti.
La Venere di carne.
Cominciai ad ingrassare.
Con costanza.
Senza fretta.
Sapevo dove dovevo arrivare.
E ci arrivai.
Quando cominciai a lavorare nel porno, ero così pronta, così preparata che nessuno si accorse che era la mia prima volta.
Stavo facendo della mia prima volta un’opera d’arte, immortalata in un film.
Quando mi rivedevo sullo schermo, mi ricordavo il mare mosso, mille onde che si rincorrevano e si scontravano contro una barriera di carne, pieghe in cui si nascondevano le urla che giocavano a nascondino con il piacere, ansimi e vagiti rotolavano giù dai miei monti, grasso meraviglioso, trionfale ad abbracciare il cuore e tutto quello che avevo mangiato, ingoiato, nascosto, dimenticato dentro di me.
Tutta pieghe, ingarbugliata, mai liscia, tutta agitata di montagne e crepacci, mai tesa, niente che mi potesse stirare.
Non fingevo mai, l’orgasmo arrivava sempre.
Avevo smesso di avere freddo, mi sentivo piena perché avevo deciso di farmi riempire a modo mio.
E scusate l’amabile scivolone ma le chiese non le frequento già da un po’!
L’unico dubbio però sta sempre in quel maledetto q.b.: quanto basta? Quando basta?
Metto questo, metto quello, taglio, sminuzzo, sbollento, accendo il forno a 180 gradi…

Continua…

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Informazioni su Simona Toma

Da Questo Libro Presto Un Film. un'esilarante storia d'amore e cinema. dal 31 Maggio in tutte le librerie. ed. Mondadori.
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4 risposte a Fuck yeah. Studio per una mia nuova amichetta immaginata.

  1. azzurropillin ha detto:

    mio padre e mia padre. chissà cosa direbbe freud di questo refuso

  2. mododidire ha detto:

    la seconda bambolina è decisamente troppo poco depilata per essere una valida amica 😉

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