Ma si usava nelle vostre piazze, da bambini, il gelato gusto arcobaleno?

Il gelato gusto arcobaleno.

Quando ero piccola e nessuno aveva il diritto di farmi soffrire se non la mia mamma e solo per questioni legate ad una certa minestra che non volevo mangiare o ad un certo orario che non volevo rispettare – per i compiti no, quelli li facevo sempre e mi dispiaceva che finissero sempre così presto – quando ero piccola, c’era un gelataio, Franco, che passava con il suo motorino adattato a gelateria – vi giuro una cosa sorprendente, un minotauro per metà motorino, nelle sue parti meccaniche, e per metà gelateria, un cassone nella parte anteriore davanti al manubrio e sopra la ruota – che verso le 4 del pomeriggio, in estate, passava a provocarci, con il suo urlo gridato in un microfono, perché Franco aveva anche un mini impianto di amplificazione: “ GELA’ GELA’ GELATIII” .

E aveva solo quattro gusti: cioccolato che sapeva di nesquik freddo e quindi buono, fragola perché era dolce e rosa, limone perché era acido e bianco, e il famoso gusto arcobaleno, la sua specialità, un pastone ghiacciato creato mescolando tutti gli avanzi inservibili dei precedenti gusti.

Gusto arcobaleno, il nostro preferito.

“GELA’ GELA’ GELATIII!

Conservavamo i pochi spicci nelle taschine dei pantaloni, ben attenti a non perderli durante le nostre epiche battaglie e, poi, quando arrivava Franco lo prendevamo d’assalto, assediandolo fin quando non ci serviva il cono già zuppo e rigato di rivoli di gelato.

Con il nostro cono sgocciolante, ci sedevamo, noi bulletti del barrio, sul marciapiede, tutto rotto, con le formiche che si davano da voce da un quartiere all’altro perché lì, ai nostri piedi, c’erano pozze di gelato da mangiare, sotto al sole a programmare il resto della battaglia: assalti e incursioni contro i nemici del momento che, in genere, erano sempre fuoriusciti dal gruppo iniziale, perché per movimentare un po’ la vita, visto che non ci era consentito andare fuori dalle due piazzette, dove eravamo a vista di mamma, ad un certo punto, eravamo costretti a litigare tra di noi.

Ma solo dopo aver finito il gelato.

E litigavamo sempre ,con le dita appiccicose e patacche colorate sulle nostre divise, senza che ci fossero reali motivi, bisognava inventarseli: “dammi quell’adesivo! No non ci penso nemmeno! Ok mi sono offeso a morte, guerra”!

E quando ci offendevamo, c’era sempre uno strano rituale per cui ci baciavamo la punta di tutte le dita di entrambe le mani e poi dorsi e palmi, lentamente, per dare il tempo al nostro nemico di rinsavire ed evitare la carneficina! Così annunciavamo l’inizio delle ostilità.

Io correvo veloce e avevo paura dei cani randagi e dei ragazzi più grandi che, spesso, ci inseguivano con i bastoni.

Così, per ridere.

Le nostre mamme, prima di permetterci di uscire, ci facevano giurare solennemente di non fare a botte, ma erano giuramenti di bambini, c’erano guerre troppo importanti da combattere per mantenere stupidi patti con stupide mamme!

Alla fine della serata, si rientrava prima del cartone delle 20, c’era sempre qualcuno con le ginocchia sbucciate e qualche torto gravissimo da vendicare il giorno seguente, all’ombra di quei quattro alberi spelacchiati che, senza far rumore, sarebbero diventati il verde pubblico – o quanto meno l’idea, il vago sospetto di verde – di quella periferia che stava per diventare il quartiere residenziale più caro della mia piccola città.

Noi siamo stati i duri pionieri di quella frontiera. Noi e le nostre ginocchia grattuggiate dalla brecciolina.

Io, da piccola, avevo il vantaggio di essere una bambina cicciona e lei mie cadute erano meno tragiche di quelle delle odiose bambine secche ma solo se cadevo di culo! Le ginocchia  sono ginocchia per tutti, al di là del peso!

Vabbe’, tutto questo per dirmi che sto tornando a Milano, ho scritto un post da vera blogger, super ombelicale dei cazzi miei, ma sono fortemente farcita di magone.

E devo prendere il solito aereo con la solita tramontana a 3000. Che bello abitare vicino al mare, che bello “lu sule, lu mare e lu ientu”.

Forse il prossimo articolo sarà sulla casalinga milanese che scrive a Pisapia ma una casalinga milanese che problemi tiene? Devo indagare.

Vi saluta Gino suo ha detto che tra qualche giorno, non appena si riprende dallo shock, tornerà a farsi vivo.

Pregate per me e, se arrivo a Milano, spero di non fare troppe cazzate.

Ho scritto troppe parolacce in questo articolo.

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Informazioni su Simona Toma

Da Questo Libro Presto Un Film. un'esilarante storia d'amore e cinema. dal 31 Maggio in tutte le librerie. ed. Mondadori.
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2 risposte a Ma si usava nelle vostre piazze, da bambini, il gelato gusto arcobaleno?

  1. Zia Cin ha detto:

    Tutto torna o quasi. Il marciapiede con le formiche e i baci sulle punta delle dita per offendersi, tornano talmente tanto, che ti dico che riguardano anche la mia vita attuale..pensa tu che progressi dai tempi delle giocate a pallone per le strade del quartiere che ci mancano tanto..E torna pure il gelato arcobaleno (un incrocio tra l’invenzione del secolo nata per serendipity e una cagata assurda senza gusto e con tante speranze). Ma non solo. Torna pure Franco, che secondo me con quel carrettino là, se ne faceva di km..altrimenti come si spiega che pure il gelataio mio si chiamava così??? ( sempre che essere Franco non fosse, a questo punto, un modo di essere oppure una qualifica da raggiungere ad un tot di gelati venduti).
    L’unica cosa che non mi torna nel tuo racconto nostalgico è la bambina secca che si sbucciava le ginocchia sulla brecciolina. Ma solo perché quella bambina ero io 🙂

    ps: ho letto parolacce e mi sono sentita libera di dire “cagata”. Si poteva dire “cagata” in questo blog?Speriamo di sì

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