A casa mia, mò, con tutti i guai che teniamo, troviamo pure il tempo di innamorarci.

Paolo mio,

ti ho visto alla televisione ieri, la fascia ti hanno messo, come Miss Italia, quanto stai bene con quella fascia, per te l’hanno inventata proprio, ti calza a pennello, soprattutto su quel bel completo che tenevi.

Ma soprattutto i capelli mi piacciono.

Sei moderno.

“Sine, ‘spetta Gino, sto arrivando”.

Paolo mio, mi devi scusare, mi sta chiamando Gino mio, con le coliche tutta la notte è stato. Forse è la cistifellea.

Oggi pomeriggio sono andata dalla dottoressa perché, a casa mia, così funziona.

Se Gino mio sta male, io mi devo imparare a memoria quello che si sente e poi mi devo fare almeno due ore di fila all’ambulatorio e dirglielo, alla dottoressa, quello che Gino mio si sente.

Cistifellea dice lei. Operazione dice, pure.

Mamma mia, speriamo di no, sennò chi se lo sopporta, con rispetto parlando?

L’unica cosa buona dell’ambulatorio è che incontro sempre le persone che conosco.

Gli appuntamenti fissi teniamo, come le comitive dei giovani.

L’ambulatorio al pomeriggo e il fruttivendolo, la salumeria, le poste per le bollette alla mattina e là tocca che ti stai attenta ché circolano certi giovinastri con certe facce.

L’altro mese alla Renata l’hanno scippata. Stava uscendo dalla posta e quelli si pensavano che era andata a ritirare la pensione.

Macchè, la Renata manco la tiene la pensione, anzi manco la tiene l’età per la pensione, cioè la teneva fino a qualche mese fa poi le hanno detto che none, che all’improvviso era diventata troppo giovane, che è una cosa che se ti dicono in qualche altra occasione ti fa pure piacere, ma non in questo caso e quindi mò, con rispetto parlando, deve continuare a pulire i culi ai vecchi perché questo fa di mestiere.

Ma almeno la pagano. Poco ma la pagano. Io alla mamma e alla zia Marietta il culo glielo pulisco a gratis.

Vabbe’ quei delinquenti si sono pensati che era una pensionata perché la Renata tiene tutti i capelli bianchi. Ma quello è successo quando teneva sedici anni. La mamma sua morì la sera e lei la mattina si svegliò con tutti i capelli bianchi. E stanca si svegliò, di una stanchezza che si era messa proprio dentro le ossa e dentro la pancia.

E non si è mai più riposata da quel giorno.

Pure se tieni gli occhi chiusi, pure se stai girata dall’altra parte, senti che la Renata sta arrivando perché sembra che gratta l’asfalto con i piedi quando cammina, proprio non li solleva da terra quei piedi.

Poi tiene le spalle appese, le braccia appese, le mani appese, è tutta appesa e curva come se si dovesse stendere per terra da un momento all’altro e non alzarsi più.

Infatti, quando l’hanno scippata a terra è caduta e non si è rialzata più che pensavamo che era morta.

Invece, si era rotta solo il femore.

Ma gli è andata bene, Paolo mio, ché come dicono la mamma e la zia Marietta “ad una certa età, ti basta una caduta o una cacarella”.

Con rispetto parlando.

“Sine, Gino mio, fammi respirare un attimo, mò vengo”.

Mamma, come sta piccioso, Paolo mio, mò si è fissato che vuole la borsa dell’acqua calda ché tiene i brividi di freddo.

Male mi sento, fuori ci stanno trenta gradi.

Io poi da quando sto in menopausa sempre le caldazze tengo.

Non sai la notte che battaglie: io mi scopro e lui si copre, e così avanti tutta la notte, e poi la mamma e la zia Marietta che una volta mi chiamano e una volta si lamentano ed Emanuele che non torna mai e la luce della Veronica che non si spegne. Insomma, tutta la notte con il cuore di fuori mi fanno stare ma meno male che almeno lui, il cuore, non soffre il caldo.

“Sine sto venendo, none non ti voglio vedere morto”.

Morto dice che lo voglio vedere ma una cosa è sicura: quello prima mi fa crepare a me ma, subito dopo, muore pure lui ché da solo manco dal letto, alla mattina, sa uscire.

Scusa un attimo, sai Paolo mio? Gli porto ‘sta borsa così vediamo se si rigetta un poco.

“Gino, Gino, non ti mettere alla corrente che sennò sudi e poi ti rovini, Gino mettiti a letto, nà mettiti la borsa sulle reni e rigettati”.

Eccomi, nà, sono tornata allora ti stavo dicendo che la Renata sta ancora con il gesso e noi le diamo una mano come possiamo.

All’ambulatorio c’era la Cosima, la conosci la Cosima? Sine quella che tiene il figlio che lavora all’aeroporto di Bologna.

Vabbe’, il marito della Cosima tiene un male al cuore ché serve una macchina fatta apposta per tenerlo sotto controllo, solo che la macchina costa troppo e all’ospedale di Lecce, al Vito Fazzi nuovo, gli hanno detto che se non ci sono almeno cinque o sei casi uguali non la possono prendere e la Cosima diceva: “E io che mi devo augurare che ad un altro gli viene la stessa cosa nostra, la stessa cosa che teniamo noi”?

Diceva noi la Cosima perché qui si usa così: se uno tiene una malattia, la tiene tutta la famiglia. Uno sta male ma tutti soffrono.

La zia Marietta tiene lo spasimante, Paolo mio.

Quella solo una volta è uscita negli ultimi tre mesi: l’altro pomeriggio, fatto strano.

Per il funerale della moglie del compare Bruno, novantotto anni e fino all’ultimo inseguiva con il bastone i bambini che giocavano a pallone nel cortile, sempre una grande scassapalle è stata, pace all’anima sua.

E la mamma infatti non c’è voluta venire perché non l’ha mai potuta soffrire e perché i funerali sono cose per vecchi e sai già come finiscono: che il morto è morto e chi resta balla, alla faccia sua, che quando toccherà a lei a porte chiuse glielo dobbiamo fare, il funerale, ché le pie donne vestite di nero che piangono proprio non le sopporta.

E poi la mamma sta fissata da trenta anni ché la moglie di compare Bruno faceva la smorfiosa con papà mio, buonanima. E mò sta in pena, e non lo fa vedere anche perché lei dice che al Paradiso non ci crede, ché tiene paura che quelli si sono dati appuntamento in Paradiso alla faccia sua.

Vabbe’ insomma dopo, come si usa, io e la zia Marietta siamo andate a fare visita a casa al compare Bruno – una busta di caffè e un galbanone gli abbiamo portato – e lì c’era il fratello del compare, Mesciu Nino, che aggiustava scarpe  dietro piazza Sant’Oronzo e tiene ancora le mani callose e nere.

E quando siamo entrate nella stanza l’ho visto turbato e poi mi sono girata e pure la zia Marietta stava strana.

Ma non ciò fatto troppo caso.

Poi mi sono messa a parlare un poco con la figlia del compare, la Mimma, che vive da quaranta anni a Modena e parla con la sh sh dal primo giorno che se ne è andata da Lecce, che sembrava che le frise non se le era mai mangiate. Un giorno veramente ha detto che le piadine sono meglio delle frise, ché sono più leggere e io mi sono andata a vedere gli ingredienti delle piadine e dentro c’è lo strutto. Ecco perché c’ha il culone che non ci passa manco da Porta Napoli.

Culona e fanatica scema.

Un impiegato del Catasto si è preso e sembra che sta sposata con il Re del Belgio.

Culona e fanatica scema, degna figlia di sua madre.

E la Mimma mi stava sucando l’anima con tutti i racconti su quanto si sta bene al nord sh sh e che se non era per il funerale della sua povera mamma manco scendeva sh sh e poi mi giro un attimo e vedo la zia Marietta che sta dicendo a Mesciu Nino che tiene certe scarpe che proprio le fanno male ché tiene i calli e la cipolla ai piedi.

E la zia Marietta stava parlando, senza gridare, e non si era manco seduta un attimo da quando eravamo arrivate.

La prossima volta che si lamenta della sciatica, la sedia da sotto al culo le tolgo, con rispetto parlando.

E poi finalmente sono riuscita a tornare a casa ché era tardi e Gino mio stava come un pazzo e l’ho trovato tutto incazzato seduto sul divano accanto alla mamma che si stavano guardando la puntata di “Un posto al sole”.

E ho sentito che stava chiedendo alla mamma: “Ma mò Viola con chi fa l’amore”?

E la mamma: “Moi stae sula ma ha fatto l’amore cu Diego, Matteo, Filippo, Andrea, Edoardo, Marcello, lu professore e poi, a nu certu punto, puru in convento voleva entrare”.

“Zoccula” ha detto Gino mio mentre cominciava la canzone della fine della puntata.

E manco si è alzato per fare sedere la zia Marietta.

Ma tanto la zia Marietta si era andata a mettere sul balcone.

Io mi sono affacciata dalla finestra del bagno e ho visto Mesciu Nino che stava facendo le poste sotto casa.

E mò chi glielo dice alla mamma?

Glielo dici tu, Paolo mio?
Ma non c’è stato bisogno perché la mattina dopo, Mesciu Nino è venuto a trovarla con una piantina di basilico – ché la zia gli aveva detto che gli piaceva il pesto – e una boccetta di callifugo.

E la mamma ha capito.

E mò ne tengo due incazzati a casa e quel divano non si libera mai ché io qualche volta mi sedevo volentieri.

P.S.

Paolo mio, ma le comuniste sono quelle che lavorano al Comune? E quindi pure tu sei un comunista?

Ciao Paolo mio.

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Informazioni su Simona Toma

Da Questo Libro Presto Un Film. un'esilarante storia d'amore e cinema. dal 31 Maggio in tutte le librerie. ed. Mondadori.
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6 risposte a A casa mia, mò, con tutti i guai che teniamo, troviamo pure il tempo di innamorarci.

  1. gminerva ha detto:

    Sembra di essere tornato lì, tra le piante che calano dai balconi e le comari che sedute ai crocicchi s’apprestano a salutarti per poi chiedersi di chi sei figlio. E non dico del piacere nel leggerlo e rileggerlo.

  2. Angela Perulli ha detto:

    uno splendido spaccato del centro storico di una volta abitato ancora dai leccesi autentici e veraci

  3. luigi santoro ha detto:

    una prova di scrittura davvero interessante!
    g. santoro

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