Guardami come se fosse la prima volta, sempre, perché così io ti guarderò.

Caterina, questa notte, ha sognato suo nonno.

Erano su una nave ed era sera,  c’era tanta gente intorno a loro, molti dormivano, altri parlavano a bassa voce, alcuni leggevano.

La televisione era accesa e parlava una lingua straniera ma nessuno sembrava curarsene.

Caterina e suo nonno Eugenio erano seduti accanto. Il nonno l’aveva attirata piano verso di lui, dicendole di dormire.

— Dormi Caterina, dormi, angelo mio.

Ma Caterina non voleva dormire. Aveva paura che al suo risveglio lui non ci sarebbe più stato.

I nonni, prima o poi nella vita, te lo fanno questo stupido scherzo che fa ridere solo loro.

Ma, poi, il nonno le aveva messo una mano sull’orecchio e Caterina aveva sentito il suo respiro.

Calmo.

Sembrava il respiro di tutta la sua vita, di tutta la sua storia, di tutti i respiri che aveva fatto in tutti i suoi novanta, incredibili anni.

Da quando si era spinto nel mondo, salutando il ventre della madre che, per nove mesi, lo aveva nutrito, raccontandogli storie.

In quei respiri si sentiva la guerra, la sua Grecia, la sua Sofia, la paura, la fame, l’amore, la gioia, l’allegria e il vino, l’amico che lo aveva tradito e l’amico che non lo aveva capito e che lui non aveva capito.

C’era un pollo con le patate e una fetta d’anguria, il mare e una barca, la pesca dei polpi, le zampe delle galline e le candele delle macchine, le onde, gli schizzi e la sabbia, un maglione di lana, una camicia a righe e le bretelle, una macchina blu tutta buchi, una bicicletta rossa con un mazzetto di origano fermo nel portapacchi.

C’erano i contadini e gente che ti fa piangere da quanta fame ha, c’erano tutte le penne che aveva consumato per scrivere le sue tante lettere che neanche in cento scatole ci potevano stare, c’era la campagna e c’erano pere e fichi, more e asparagi, il vino rosso che macchia la tovaglia e il sotto bicchiere di metallo, le uova con il sale.

Il nonno di Caterina dimentica le persone e le cose, spesso dimentica anche Caterina ma fa finta di sapere perfettamente chi sia, per non darle un dispiacere, perché è pur sempre un gentiluomo che giammai la metterebbe in difficoltà.

Ma, nel sogno, lui ricordava.

“Mi viene in mente quando ero bambino, il maestro delle elementari, la strada, il mio piccolo paese, la mia mamma, di quando si andava in città con il carro, di come ho conosciuto e poi sposato la nonna, il giorno in cui sono nati tua madre e i tuoi zii, Quando sei nata tu, soprattutto ricordo”.

E si era messo a fissare davanti a sé. E lo aveva fatto anche lei.

E aveva visto.

Vedeva quello che vedeva il nonno.

Ma non attraverso gli occhi del nonno, no. Vedeva proprio con i suoi occhi come se quei ricordi fossero i suoi.

Il nonno era un bambino con i dentoni e i capelli ricci e folti al punto che, in primavera, le rondini ci facevano il nido dentro.

Il nonno aveva una fionda con cui cacciava le lucertole.

Il nonno si stendeva al sole, in mezzo alle campagne.

Il nonno viveva in un piccolo paesino del Sud Italia dove la storia arrivava di riflesso ma dove, ugualmente, veniva a fare spesa di ragazzi quando c’era una guerra da combattere perché qualcuno doveva pur diventare nome su cippi di commemorazione, numero di carneficine.

Quando non erano loro a farla, la carneficina.

— Bambina mia, a volte pregavo, pregavo un Dio che non avevo e non volevo, di morire. Morire e non pensarci più piuttosto che alzarsi ogni mattina dopo un sonno che non era sonno ma solo ore vuote e spaventate che ti portavano al giorno dopo e alla morte che ci aspettava senza fretta.

Sarebbe stato meglio morire il primo giorno di guerra e finirla lì.

Erano le nostre madri le migliori armi da guerra dell’Esercito Italiano perché i loro ventri avevano sputato fuori ragazzi che devono ammazzare o essere ammazzati.

Non esisterà mai un buon motivo per ammazzare i figli di queste madri, i figli di tutte le madri. Semplicemente, non esiste un buon motivo, non ci sarà mai un buon motivo.

E, poi, Caterina aveva visto sua nonna e aveva sentito quello che il nonno ancora le diceva:

— Vederti sfiorire accanto a me, questo avrei voluto.

Farti forza quando il dolore della carne si sarebbe fatto più forte del nostro stesso amore.

Vedere il tuo volto irreale riempirsi di rughe.

E vederti sempre più bella.

Ci sarebbe sempre stato altro anche quando si fossero chiusi gli occhi, tappate le orecchie, rattrappite le mani, consumato il naso e seccata la lingua, ti avrei fatto sempre mia, ti avrei ritrovato in qualunque nascondiglio.

Noi non abbiamo mai fatto affidamento sui comuni sensi.

Ma non era niente di straordinario il nostro amore.

Era una cosa normale.

E se, da vecchi, tu avessi visto la mia mano tremare, avresti saputo che non era a causa di nessuna stupida malattia.

La mia mano avrebbe tremato sempre e solo per lo stupore di saperti tuo, di sapere che tu mi avevi voluto tuo.

E io già lo ero, dal giorno in cui mio padre e mia madre e ancora prima i loro padri e le loro madri, fino a perderci nel tempo, si amarono per la prima volta.

Ma tu, poi, sei voluta andare via prima di me, hai sempre avuto fretta tu, mio amore, sei sempre stata più veloce di me.

Caterina, a questo punto nel sogno aveva cominciato un po’ a piangere, senza far rumore ma il nonno se ne era accorto e le aveva dato un pezzo di cioccolata nera nera, come quando era più piccola ed era vietatissimo mangiare dei pezzi di cioccolata così grossi.

Tirando su con il naso e asciugandosi gli occhi con il dorso della mano libera, aveva cominciato a morderla, appoggiando completamente il suo corpo a quello del nonno.

— Nonno perché gli uccelli volano?

— Perché si annoierebbe a stare fermi.

— Nonno, perché i fiori crescono?

— Perché se non ci fossero sarebbe orribile.

— Nonno perché gli idraulici indossano la salopette?

— Oh bella questa, ma ti immagini un idraulico in tutù?

— Nonno ma perché mi devi per forza lasciare?

— Perché non ho più niente da insegnarti.

Il nonno, nel sogno, si era alzato, qualcuno lo stava chiamando. Aveva fatto un enorme sorriso finto perché anche nel sogno portava la dentiera, le aveva preso la faccia con la mano, stringendo piano e dicendo — Sei bella. E sappi che se, a volte, non mi sono ricordato di te, è stato perché ogni volta mi piaceva vederti e conoscerti come fosse stata la prima.

E, sempre, quando ti vedevo mi scoppiavi nel cuore.

Ecco perché, a volte, ho fatto finta di non riconoscerti.

In ogni caso, ho sempre e solo scherzato.

Caterina, ora, si era potuta addormentare.

Annunci

Informazioni su Simona Toma

Da Questo Libro Presto Un Film. un'esilarante storia d'amore e cinema. dal 31 Maggio in tutte le librerie. ed. Mondadori.
Questa voce è stata pubblicata in Eugenio e Caterina e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Guardami come se fosse la prima volta, sempre, perché così io ti guarderò.

  1. Veramente commuovente..bellissimo.

  2. renata ha detto:

    che belle immagini, stupendo…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...