Ancora un amore. Ancora il nove settembre.

Nove_SettembreTutto quello che so, sei tu.

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La mia vita recensita II

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La recensione de “La visita dal dottore”.

Lungo Viale Aldo Moro, arteria dedicata all’illuminato statista magliese, un tempo, area mercatale della città e ora centro residenziale e commerciale in espansione, al numero civico 28, sorge la moderna Clinica Petrucciani, luogo dato alla cura e alla sperata guarigione dei guasti del corpo, polo medico di primissimo ordine nella geografia sanitaria locale.
Una volta giunti e, se automuniti, una volta parcheggiato, verrà a porgervi i suoi omaggi un autoconsacratosi ausiliario della sosta, a tariffa fissa di cinquanta centesimi.
Concluso l’accordo con il vigilante,  mentre questi, barcollando, riprenderà a contare le mattonelle del marciapiede antistante l’area di sosta, per sincerarsi che nulla sia cambiato durante la sua breve assenza, accederete attraverso l’imponente cancellata ferrea ad un semplice ed essenziale giardinetto e da qui, attraverso una porta scorrevole, al complesso vero e proprio della clinica.
Accolti da gentilissime receptionist, verrete subito indirizzati verso la sezione ambulatoriale.
Questa, eretta tra gli anni ’80 e ’90 del 1900, presenta la caratteristica struttura “a corridoio”, lunga circa 200 metri e che culmina nella monumentale vetrata di alluminio anodizzato.
Su entrambi i lati di questo corridoio, si aprono delle asciuttissime e romaniche cellette chiamate “ambulatori medici”.
La celletta che vi vogliamo segnalare è stata catalogata dagli studiosi come “celletta numero 33”.
Qui, dopo un’attesa in genere breve, vi accoglierà il dottor Daniele, gentilissimo e affabile medico che, come moderna Pizia in guisa di oracolo, saprà dare risposta ad ogni vostro quesito, elargendo generosamente preziose raccomandazioni per la vostra salute, riassumibili nell’antica iscrizione, rinvenuta sul sepolcro della cosìddetta puella moritura, presso la necropoli messapica di Roca: “te lo avevo detto io di non bere e di non fumare e di trovarti un fidanzato”.

– Dottore, morirò?
– Assolutamente sì, su questo mi sento di poterla rassicurare! Non so come e quando ma sono assolutamente certo che morirà!
(Tratto dalla tragedia greca, attribuita ad Esculapio minore, “Ipocondreide”)

Conclusa la visita, rinfrancati e rassicurati dalla maestosa competenza del dottore, guadagnerete la via del ritorno con una letale certezza.
E, nel recuperare la vostra vettura, scoprirete che a nulla è valso stipulare un accordo con l’onesto parcheggiatore, qualcuno ha comunque fregiato lo sportello della vostra vettura con dorico, deciso e certo graffito: una vezzoso motivo fallico con cui, in genere, si augura abbondanza, salute e prosperità.

ESCURSIONI NEI DINTORNI
Barrito:
 un bar dagli incerti orari di apertura situato su una collinetta di detriti e ciuffi d’erba a trenta metri dallo svincolo della tangenziale. “È così bello, sembra di stare al mare” e, volendo, ma solo per i più temerari, il mare è pochi chilometri più in là.
Piazza dei Partigiani: antica agorà stretta tra dimore di pregevole fattura, dove il 25 Aprile di ogni anno si celebra un rito per pochissimi eletti, detto “Festa della Liberazione”.
Se avete un po’ di tempo, sedetevi a gustare un buon caffè nello storico bar Carletto e scivolate anche voi in uno stato di torpore e apatia che ricorda molto certi stati di trance tipici dei riti sciamanici delle popolazioni del Borneo.
Sottopassaggio di Viale Leopardi: avveniristica infrastruttura sottoelevata per cui il progettista, secondo le fonti, discepolo prediletto di Fidia, allo stesso prezzo, ha previsto una duplice funzione: bretella di viabilità col bel tempo o piscina interrata in caso di pioggia.

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La mia vita recensita

 

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Recensione de “La cena a casa di Luisa”.

Una piacevole esperienza di cibo e calore umano per fermarsi ad apprezzare le cose che davvero contano nella vita.
Avvolti dall’accogliente dolcezza della padrona di casa, Luisa, abbiamo avuto modo di gustare la sua rinomata cucina, semplice ma estremamente gustosa, in una garbata cornice estiva, all’aperto, sul terrazzino che lei aveva attrezzato per i suoi ospiti.
A rendere tutto ancora più godibile, la spensierata compagnia (anche questa frutto dell’esperienza della padrona di casa) fatta da ospiti altrettanto piacevoli sempre pronti allo scambio di un motteggio o di una frase sagace.
Superbi gli spaghetti con le cozze, preparati in modo inarrivabile dalla nostra Luisa: elveticamente esatta la cottura dello spaghetto, italicamente trionfante il sugo di cozze.
Il tutto accompagnato da un buon bere con entrata di bollicine e sostegno di onesto Chardonnay locale.
Per concludere, una casalinga e rassicurante torta di pere e cioccolato (possibile anche l’asporto per la colazione), affiancata da pepatissimi ammazzacaffè e digestivi.
La cena a casa di Luisa prevede anche una gioiosa accoglienza per coppie con figli, con uno spazio dedicato ai più piccoli e la possibilità di prendere visione di robusti prodotti audiovisivi come Peppa Pig e Masha e Orso.

CONSIGLIATO SE: hai voglia di trascorrere una spensierata e rassicurante serata con i tuoi amici.

COME ARRIVARE: a piedi, in bici o in automobile, a seconda di dove abitate e di quanto avete intenzione di bere.
L’unica pecca è il parcheggio soprattutto durante il fine settimana.
La zona è anche servita dal servizio di autobus pubblici, fino alle 21.10 circa.

NON PERDERTI ANCHE: l’aperitivo dal Sig. Alberto, buona birra nazionale a prezzi contenuti, stuzzichini spartani ma impareggiabile la cordialità dell’oste e contagiosa la sua voglia di parlare.

VOTO: cinque forchette e svariati bicchieri.

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Ode ad un balcone ora vuoto.

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Mi affaccio dalla finestra della stanza dove lavoro.
Di fronte, c’è uno dei tanti palazzi della zona, in questo palazzo un balcone, uno in particolare.
Fino a ieri sera, quel balcone era pieno di fiori. Ora non più.
Fino a ieri sera, la casa dietro quel balcone era abitata. Ora non più.
Fino a qualche mese fa, chi abitava quella casa era mio amico. Ora non so.
Parlo di quella casa perché la conosco bene, ci sono stata tante volte e quei muri si sono riempiti anche di me.
Quando, stamattina, ho visto tutto quel vuoto, mi è risalita una cara, celeste nostalgia.
Beninteso, non nostalgia delle persone ma delle possibilità, di quando credevo che alcune cose fossero possibili, che alcune persone non mi avrebbero mai fatto del male e che anche io non fossi capace di farne, che, in fin dei conti, insieme ce la potevamo fare.
Quando guardo quella casa, ora abbandonata, posso vedere attraverso le finestre aperte fin dall’altra parte dell’appartamento, fino ad un balcone dove spesso mi è capitato di essere molto triste e senza risposte.
Senza risposte lo sono tutt’ora, triste un po’ meno.
Se quella casa ora vuota, un tempo, è stata piena, anche, di tutta la mia tristezza, posso pensare che su quel camion dei traslochi partito stamani per chissà dove, ci sia uno scatolone con su scritto: Tristezza della Toma?
Beh, abbiatene cura, mettetela sul televisore, accanto alla gondola, spolveratela ché è allergica alla polvere e, ogni tanto, sorridetele: ci ho messo così tanto tempo per farla così bella la mia tristezza.
Vi voglio bene. Non scherzo. Ma nella vita tutti abbiamo un carico di energia non illimitato quindi, a volte, bisogna andarsene.
Siete stati, finché è durato, dei buoni vicini di vita.

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Diario semitragico di una scrittrice con il blocco dello scrittore

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Devo scrivere.
Bene.
Vado a fare la custode d’inverno all’Overlook?
No, non ho una moglie e un figlio da massacrare.
E, poi, soffro troppo il freddo.
Devo scrivere.
Bene.
Faccio una passeggiata?
No, non ho le scarpe adatte e, poi, è quasi buio e, poi, finisce che entro in un bar e, poi, è già mercoledì e io non.
Devo scrivere.
Bene.
Ma un’idea ce l’hai? Un’idea piccina, anche cretina…
Ne ho due o anche più ma stanno cazzeggiando sul loro profilo Facebook da mesi.
Devo scrivere.
Bene.
Com’è che dicevi? Per scrivere, bisogna scrivere?
Bella questa, dove l’hai sentita?
Ah, l’hai pensata sola sola?
Complimenti.
Devo scrivere: non posso, mi ha lasciato l’analista.
Devo scrivere: non posso, la mia gatta è depressa.
Devo scrivere: non posso, non ho niente da mangiare.
Devo scrivere: non posso, m’è finito l’inchiostro al computer.
Devo scrivere: dai, mamma, ancora cinque minuti.
Devo scrivere: dai, mamma, mi è entrata la terra in un occhio.
Devo scrivere: dai, mamma, mi fa male la pancia, mi sento debole, non mi sento più.
Devo scrivere.
Dammi tregua.
Da dove si comincia quando si ricomincia?

 

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Un attimo prima di cominciare yoga ancora un po’ mi girano.

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Dicono grilli.
Dicono buone notizie.
Dicono normale che, alle volte, un ricordo, un reflusso acido, ti riporti domande di cui conosci le risposte da sempre.
Dicono se scrivi ti sani.
Dicono che hai una ferita simile allo squarcio che il vulcano in eruzione provoca vicino a sè.
Dicono non ci pensare. Sì, forse quando sarò morta.
E Dio, se esisti tu o chi di te ne fa le veci, fa che non sia condannata alla vita eterna accanto a certe anime che qui sanno di palude.
Dio, non fare scherzi, l’eternità è una cosa seria.
Ciao, vado a fare yoga, riprendo da dove avevo smesso.

D

D

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Il 9 settembre sarà per sempre il giorno dell’amore.

Nove_Settembre

Il nove settembre sarà per sempre un giorno speciale e, quest’anno, per celebrarlo, uso le parole che il papà di Ada, in punto di morte, lascia alla moglie.

Vederti sfiorire accanto a me, questo avrei voluto.
Farti forza quando il dolore della carne si sarebbe fatto più forte del nostro stesso amore.
Vedere il tuo volto irreale riempirsi di rughe.
E vederti sempre più bella.
Ci sarebbe sempre stato altro anche quando si fossero chiusi gli occhi, tappate le orecchie, rattrappite le mani, consumato il naso e seccata la lingua, ti avrei fatto sempre mia, ti avrei ritrovato in qualunque nascondiglio.
Noi non abbiamo mai fatto affidamento sui comuni sensi.
Ma non era niente di straordinario il nostro amore.
Era una cosa normale.
E se, da vecchi, tu avessi visto la mia mano tremare, avresti saputo che non era a causa di nessuna malattia.
La mia mano avrebbe tremato sempre e solo per lo stupore di saperti tuo, di sapere che tu mi avevi voluto tuo.
E io già lo ero, dal giorno in cui mio padre e mia madre e ancora prima i loro padri e le loro madri, fino a perderci nel tempo, si amarono per la prima volta.
Ma ora devo andare via, ho sempre avuto fretta io, ti ricordi, mio amore? Sempre veloce come i treni su cui ho lavorato.
Non avere paura, non averne per Ada, si merita la tua meraviglia.

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