Un altro post con la punteggiatura sbagliata ma che parla di uno stracotto che, davvero, bolle in pentola.

Abbiamo messo lo stracotto sul fuoco alle 17.06.

Era a marinare nel vino rosso dalle 12.37.

Marinava in una Barbera. Frizzante ma l’onesto commerciante ci ha assicurato che il frizzo con la fiamma svanisce e anzi il frizzo la carne te la fa più morbida.

Ci siamo fidate anche perché non puoi non fidarti dei signori del mercato comunale di piazzale Lagosta dove tra qualche ore sarà pieno di donne e uomini che si guadagnano da vivere facendo fare l’amore. In piedi per ore e tutti nudi e tutte nude laddove poche ore prima noi e la sciura Carla abbiamo fatto la spesa per la nostra cena.

In questo momento è molto difficile rimanere in questa stanza perché il profumo del nostro stracotto mi chiama in continuazione e il borbottio che proviene da quella bella pentola alta e blu mare profondo sta chiaramente pronunciando il mio nome.

“Signore, io parlo con lo stracotto”.

Allora, io ho tagliato le cipolle e ho pianto mentre ridevo e Haregù ha tagliato l’aglio.

Abbiamo messo tutto nel nostro paiolone.

Siamo state attente a non mettere troppe spezie ché “poi sa di sapone”, dice qualcuno.

Sembrava stessimo facendo una magia.

Mi veniva anche da ballare. Ma poco. Saltellavo da un piede all’altro, ondeggiavo mentre Haregù rideva e pensava di dover scrivere di questo stracotto a qualcuno con cui lo aveva preparato in passato.

Poi il sale e qui non ci sappiamo mai regolare. Non ne mettere tanto che ad aggiungere si fa sempre in tempo.

Quei pezzi viola di carne li abbiamo fatti rosolare un po’, rimestando piano con il cucchiaio di legno, con il concreto rischio di decorare la camicia bianca di Niki che la stava stirando proprio sotto ai fornelli perché stasera deve suonare il piano alla Sormani e si sta mettendo giù da gara moderata. Camicia bianca sì ma fuori dai pantaloni neri e anfibio impertinente come a dire: “faccio ‘ste robe per la pagnotta ma io sono un musicista di elettronica della Madonna”. E lo è davvero.

Poi, dopo avere convinto Niki ad allontanarsi, abbiamo versato nella pentola tutto il vino della marinatura.

E ora il fuoco basso e lento, che sono due aggettivi molto meridionali, sta trasformando definitivamente una serie di cose, inizialmente, distinte e separate tra di loro in amore.

Poi, stasera a cena viene anche la Cinzia. Un venerdì sera tra signorinelle di un certo calibro.

E poi questo è un bell’orario per il quartiere Isola. Ora che è ancora caldo, ora che l’autunno è cominciato solo da poco, vengono fuori nonni e bimbi e piccioni ancora di più e se ti affacci dal balconcino di Haregù che sta di fronte alla chiesa che suona in continuazione li vedi tutti camminare o a fermarsi a seconda del capriccio del pargolo da passeggiare.

Qualche tempo fa, durante il mio mese purificante in Spagna, quello che poi sono bastati una settimana a Milano e un paio di incontri noiosi a sporcarmi daccapo il cuore, pensavo che i peperoni fritti sono le mie madeleines.

L’ho pensato passando davanti ad un bar che mi proponeva, gia’ alle 9 del mattino, pimientos de padron che poi sono i succitati peperoni fritti.

Ho sentito quell’odore che, giustamente, a quell’ora poteva solo provocarmi strazianti ondate di nausea e invece no, ho pensato a nonna, alla sua cucina e al suo vizietto di friggere qualunque cosa, anche la zuppa di latte.

Infatti, nonna c’ha il vizietto di friggere.

E io se devo pensare a un odore della mia infanzia, adolescenza, maturità, adultità, vecchiaia penso ai peperoni fritti.

Quando facevo le scuole medie, uno dei tre anni a scelta, non ricordo, il nonno mi veniva a prendere a scuola e poi andavamo ad aspettare che anche mio fratello uscisse da scuola.

Il nonno aveva una 127 blu che “nonno ma questa macchina ha i buchi nel pavimento” e lui “certo così puoi vedere la strada che corre sotto, è divertente vero”? E io “ma non è che cado giù”? Sempre stata apocalittica io. E lui “no, non credo” ma neanche lo escludeva del tutto.

Fuori dalla scuola di mio fratello e dentro la macchina blu con i buchi nel pavimento noi avevamo fame. E allora facevamo una cosa vietatissima: andavamo dal salumiere all’angolo e ci facevamo preparare due gigantissimi panini con qualunque salume ricavato dal porcello. Il porcello animale generoso aveva sempre la risposta giusta per la nostra fame.

Quindi poi, belli sazi, una volta prelevato l’infante fratello che era ancora elementare all’epoca ma sempre più maturo e assennato della sorella superiore, andavamo dalla nonna a pranzare.

Pieni, satolli, straripanti, con le briciole ancora appiccicate agli angoli della bocca che prima di entrare in casa ci pulivamo a vicenda onde non essere messi in punizione, nonno e nipote, dalla nonna che si chiama Nana ma non lasciatevi ingannare da questo nome da elfa!

E, sempre, l’odore che ci accoglieva, qualunque stagione fosse, qualunque giorno fosse, era quello dei peperoni fritti. 

Cornetti verde brillante con la pelle rugosetta che si scartocciava con le dita. Unti, peccaminosamente unti.

E io mangiavo.

E io ho fatto la mia prima dieta a 12 anni perché ero, in realtà, una bambina che si era mangiata Simona. Io stavo dentro quella bambina cicciona che mi aveva ingoiato.

Il dottore l’ha costretta a sputarla fuori.

Da qualche parte, nel libro l’ho anche scritto, mia nonna misurava e misurerebbe ancora se glielo lasciassimo fare, l’amore che nutre nei nostri confronti da quanti chili riesce a farci prendere durante un singolo pasto. Se non aumenti di peso non ti ha amato abbastanza e neanche tu hai fatto del tuo meglio per renderla felice. Il suo ideale sarebbe che noi aprissimo docilmente le nostre bocche e che lei potesse riversare a piacimento ogni tipo di cibo, tutto rigorosamente grondante fino alla follia cascate di olio d’oliva. Del migliore olio d’oliva super extra fanta vergine esistente sulla terra.

Lei è così. Ci ama mangiando. Che poi, se ci pensi, è una forma d’amore così carnale e passionale perché è proprio la vita, è il modo per tenerti in vita. Ti faccio mangiare quindi ti faccio vivere. Ti accolgo nella mia cucina perché ti amo. Mi è un po’ rimasta questa cosa “Che ti offro”? E anche io vorrei subito preparare pasti multi portata. E quando l’ospite ti dice “niente, solo un bicchiere d’acqua”, il primo istinto è quello di sbatterlo fuori casa, insultandolo pesantemente… “Come solo un bicchiere d’acqua? Io sono qui che è una vita che ti aspetto e non mi riconosci neanche il giusto diritto di farti un caffè con la moka, che vien su che è una meraviglia tutto cremoso e robusto e chi se lo ricorda più dal momento che i miei attacchi di super emozioni mi impediscono anche solo di annusare la caffeina o qualunque cosa sia vagamente eccitante! Potete comprendere in quali gravi ambasce mi trovi attualmente, una specie di castrazione non chimica, uno stato di quasi disintossicazione da tutto quello che mi fa accelerare perché sono sempre troppo accelerata di mio.

Se amo qualcuno, e negli ultimi due anni mi è capitato, ho voglia di fargli da mangiare. Di vederlo felice mentre si riempie la bocca di quello che ho preparato, è come se mangiasse me, come se fossi io il suo cibo.

Molti poi equivocano e entrano in casa tua, si tolgono le scarpe e fanno anche la scarpetta nel tuo cuore.

Se mangi il mio cibo, il cibo che io ho preparato per te, saremo uniti per sempre, sappilo!

Ecco questi sono decisamente segni di squilibrio.

Comunque, non parlo necessariamente di amore sensuale per un uomo o per una donna.

Si tratta solo di accogliere le persone nella tua vita.

In casa mia c’è sempre una sedia vuota che ti aspetta.

Anche per Haregu’, che è bello passare da casa sua a qualunque ora del giorno e della notte e lei ti prepara sempre qualcosa da mangiare.

In genere uova.

Haregu’ ha un’insana passione per le uova.

E per questo tempo fa ho pensato a lei riguardando il finale di Io e Annie, quando Alvy, o meglio la sua voce fuori campo, dice che noi continuiamo ad amare nonostante l’evidente irrazionalita’ e assurdita’ dell’amore perché abbiamo bisogno di uova.

Detta così non vuol dire nulla ma guardate il finale del film dopo, ben inteso, aver visto anche cio’ che genialmente precede il suddetto finale, per capire che, anche se non ci piacciono o non possiamo mangiarne, abbiamo comunque bisogno di uova (io, per esempio, mangio solo l’albume e che sia ben cotto e trovo orribile e antipaticissimo il tuorlo. Ha proprio un sapore maleducato)

E sempre per rimanere in ambito cinematografico, mi piace moltissimo una frase di Matrix Revolutions in cui l’ottimo Smith ci dice che “È sorprendente quanto il modello comportamentale dell’amore sia simile a quello della demenza”.

Vi ho già detto che tendo a divagare? E solo dopo molto bla bla (non avendo qui né i miei amatissimi editor e revisora a porre un freno alla mia penna selvatica) vi dico e mi dico, ammesso che qualcuno oltre la mia appassionata mamma fan, stia leggendo queste parole, che questo diario è qui e non nei miei quadernetti autistici perché comincio ad andare fuori dalle pagine a non stare piu’ nelle righe e quindi ho deciso di scrivere le mie piccole cose, le mie noccioline qui, con il perverso brivido che poi vengano lette.

Ho scoperto di essere leggermente egocentrica… questa faccenda del libro ha rivelato lati di me che ignoravo bellamente e ho scoperto che una volta salita sul palcoscenico non vuoi piu’ scendere e ne cerchi compulsivamente degli altri.

Va bene, scusate, e se stasera passate dal quartiere Isola a Milano, venite pure a mangiare un piatto di stracotto con noi!

P.S. Haregù bisogna solo aspettare. E mentre aspettiamo che passi possiamo sempre ballare e fare da mangiare. Vedi che così va meglio?

Informazioni su Simona Toma

Da Questo Libro Presto Un Film. un'esilarante storia d'amore e cinema. dal 31 Maggio in tutte le librerie. ed. Mondadori.
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Una risposta a Un altro post con la punteggiatura sbagliata ma che parla di uno stracotto che, davvero, bolle in pentola.

  1. kappa ha detto:

    I friggitorelli della nonna..
    Ah!! Viva il tuorlo ovviamente!

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